CAMPAGNA TESSERAMENTO UGL 2012

CAMPAGNA TESSERAMENTO UGL 2012
Lavorare é Crescere

UGL 1950-2010

UGL 1950-2010
60 ANNI DI STORIA A FIANCO DEI LAVORATORI

sabato 12 dicembre 2009

PESCA IN SICILIA, IN 4 ANNI 13 MILA TONNELLATE IN MENO


Una crisi non soltanto congiunturale, ma legata a cause strutturali che da almeno 4 anni obbligano le imprese a una strenua lotta per sopravvivere, ne portano un numero crescente a chiudere definitivamente i battenti e mettono a rischio anche la stabilità sociale delle aree che sulle risorse marine fondano la loro economia.
E’ il quadro a tinte sempre più fosche che emerge dal rapporto annuale 2009 sulla pesca e l’acquacoltura in Sicilia, redatto dall’Osservatorio della Pesca del Mediterraneo e dal distretto produttivo della pesca industriale di Mazara del Vallo, in collaborazione con il dipartimento regionale della pesca e l’Istituto per l’ambiente marino costiero del Cnr. Lo studio, presentato sabato scorso alla sesta edizione del Forum del Mediterraneo, svoltasi a Mazara del Vallo, fotografa un rapporto tra produttività e sforzo di pesca in costante diminuzione. Una situazione ormai diventata allarmante se si considera la flessione dei prezzi di vendita del pescato siciliano e l’ascesa dei costi di produzione.
Per questo, l’accelerazione e la diversificazione delle iniziative prospettate dalla politica regionale per sostenere e rilanciare il settore, come sottolineato nei convegni del Forum, non possono più essere rimandate.
Secondo il rapporto, la pesca siciliana, che nel 2005 rappresentava circa il 21% delle catture e poco meno del 30% dei ricavi a livello nazionale, mostra un’inesorabile tendenza al ribasso. Rispetto a 4 anni fa, si è passati dalle 56.231 tonnellate di pescato alle 43.301 del 2008. Un riscontro che alla fine di quest’anno potrebbe essere anche peggiore. I risultati del primo quadrimestre 2009 indicano infatti 11.860 tonnellate di pescato: una quantità che, a detta degli stessi lavoratori del mare siciliani, anche tenendo conto dei cicli stagionali delle catture, alla fine di quest’anno farà segnare con ogni probabilità riscontri nettamente inferiori rispetto al 2008.
La crisi è evidente soprattutto sul piano dei ricavi. Se tra il 2005 e il 2006 il mercato aveva messo in luce un’impennata del business, con un aumento da 396 milioni a poco meno di 446 milioni di euro, dall’inizio del 2007 a oggi il settore ittico siciliano sembra invece scivolare su un piano inclinato. I numeri dei ricavi 2008 parlano chiaro: meno di 287 milioni di euro, mentre quelli aggiornati allo scorso mese di aprile superano di poco gli 83 milioni di euro.
Dati da allarme rosso arrivano anche dall’entità della flotta siciliana. “Dal 2000 a ottobre di quest’anno, il naviglio attivo nelle 31 marinerie dell’Isola è diminuito da 4.329 a 3.325 pescherecci, dice Giuseppe Pernice, coordinatore dell’Osservatorio della Pesca del Mediterraneo. Ma il dato più preoccupante è che in quest’ultimo anno nel settore sono andati perduti parecchi posti di lavoro, con almeno 8mila pescatori rimasti a terra”.
Dati che derivano, continua Pernice, “dal sovrasfruttamento delle risorse marine attuato negli anni nelle principali aree di pesca del Mediterraneo e dai costi energetici, la cui incidenza sul fatturato delle imprese siciliane supera il 52%: una percentuale esorbitante se si considera che la media europea, che tiene conto di marinerie attive in acque oceaniche e quindi dedite a percorsi di lungo raggio, si attesta su non oltre il 32%”.
Una situazione, rimarcano all’Osservatorio, legata a un processo di innovazione del naviglio che ancora non parte e mantiene ormai troppo alta, sempre rispetto ai parametri europei, l’età media delle barche (a Mazara nell’ordine dei 29 anni, ndr).
Il messaggio lanciato al Forum di Mazara del Vallo per portare fuori dall’impasse la pesca siciliana, è puntare con decisione sulla filiera. “Bisogna rendersi conto che la filiera della pesca, anziché a mare, comincia e finisce sulla terraferma”, dice Gianfranco Rizzo, docente del Dipartimento di Ricerche Energetiche ed Ambientali all’università di Palermo e componente dello staff di ricercatori dell’Osservatorio. Insieme all’impatto ambientale in mare, poi, deve essere valutato quello a terra da parte delle aziende. E’ vero che gli investimenti per sfruttare le fonti rinnovabili, a cominciare dagli impianti fotovoltaici, sono strategici anche nel settore della pesca. Ma al momento hanno costi molto elevati. Converrebbe quindi puntare su sistemi di risparmio energetico tradizionali, purché realmente applicati”. Altra necessità, intervenire sulla formazione: “ Si rileva, aggiunge Rizzo, una preoccupante caduta delle competenze in tutto il settore peschereccio”.

Tratto da: www.economiasicilia.com

Nessun commento:

Posta un commento